Fil Rouge: sangue, passione e vino rosso

Bianchisti si diventa, rossisti si nasce.

Sono convinta che quasi tutti coloro che amano il vino abbiano un rapporto viscerale con il vino rosso. Me compresa. Come potrebbe essere altrimenti? Di solito è il vino della memoria – quello che ricordiamo nel bicchiere dei nostri nonni quando eravamo bambini. E il primo amore. Dolce e confortante con una ciliegia matura.

Ma ci sono altri aspetti di cui forse non siamo del tutto consapevoli. Il vino rosso ha uno stretto legame con il sangue umano, sia visivamente (soprattutto nei vini scarichi di colore come il Nebbiolo) sia a livello simbolico (dai riti dionisiaci dell’antichità al vino della messa). Vasocostrittore ed euforizzante, grazie alla sua natura sanguigna, arrossa le guance, scalda gli animi e innesca passioni.

Ma l’aspetto più interessante, a mio avviso, è un altro.

Tanti anni fa, quando il vino era solo un piacere, ogni primo dell’anno, a fine pranzo, io e mia sorella Patrizia eravamo solite uscire in giardino con il nostro bicchiere di Barolo invecchiato (bottiglie degli anni Settanta dimenticate in cantina dai nostri genitori) per celebrare il nuovo anno versandone un goccio direttamente nella terra. Di quel gesto ci piaceva soprattutto l’idea di celebrare un rito segreto, solo nostro, condividendo quel dono inaspettato con gli antenati, o con la Madre Terra. Come a dire: non ho fatto nulla per meritarlo, ma così almeno siamo pari.

In realtà si trattava di un rito antichissimo, almeno quanto l’umanità. E noi non eravamo sole. Anzi. 

Un vignaiolo pavese come Lino Maga restituisce alla terra una parte di ciò che gli ha dato ogni volta che apre una bottiglia (vedi Il Signor Barbacarlo in Recensioni) allo stesso modo in cui, dall’altra parte del globo e per millenni, gli aborigeni australiani “quando volevano ringraziare la terra per i suoi doni, si incidevano semplicemente una vena dell’avambraccio e lasciavano che il sangue impregnasse il terreno”[1].

Ora lo so. Ciò che lega indissolubilmente gli aborigeni, un vignaiolo pavese e tutti quanti noi all'interno di una trama fittissima e invisibile, attraverso il tempo e lo spazio, è un sottile filo rosso che passa per il cuore e ci connette direttamente con la terra. Sangue, passione e vino rosso attraversano le nostre vite, ma solo i piccoli e i grandi vini rossi ce le raccontano, parlandoci di noi.

E questo da almeno 7.000 anni. 

Buona lettura.

 giara di 9 litri con residui di acido tartarico datata tra il 5400 e il 5000 a.c. (https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/564x/e3/ca/d6/e3cad640db996f127eab2ba2ac6c61c9.jpg)

giara di 9 litri con residui di acido tartarico datata tra il 5400 e il 5000 a.c. (https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/564x/e3/ca/d6/e3cad640db996f127eab2ba2ac6c61c9.jpg)

 

 

 

 

[1] B. Chatwin, Le Vie dei Canti. Adelphi, 1995, p. 24.