Il sapore della felicità: il Verdicchio secondo Natalino Crognaletti

Chi conosce Natalino sa quanto la sua risata sia contagiosa. Se penso al suo Verdicchio - quello felice del Campo delle Oche, non quello siderale del San Lorenzo di cui parlerò un'altra volta - la prima cosa che mi viene in mente è un vino felice, innamorato della vita, come la sua risata. L'ho assaggiato per la prima volta il giorno in cui ho conosciuto Natalino, a casa sua, a Montecarotto, molti anni fa, dopo che Walter Massa aveva esclamato con una certa sicurezza: ecco uno che dovresti proprio conoscere! Un vignaiolo dall'aria mite a cui (come venni a sapere in seguito) Jacques Selosse aveva fatto i complimenti proprio per quel vino - un concentrato di opulenza e umiltà immerse nella luce dorata di una bella giornata di giugno.

 Ph. credits: Indie Wineries

Ph. credits: Indie Wineries

Nella mia educazione sentimentale di quell'anno straordinario - correva il 2011 - dopo essere stata investita come un treno in corsa dal Trebbiano di Valentini (annata 1999), ero passata da Monleale per lasciarmi sedurre dalle salinità taglienti dello Sterpi, mi ero spinta fino a Oslavia per perdermi nelle primordialità della Ribolla ed ero infine andata a conoscere il padre di quel Verdicchio che, come l'araba fenice, era risorta dalle ceneri di un'anforetta deprimente quasi trent'anni prima. Giorgio Grai, come ebbi modo di scoprire, era asciutto, tagliente, spietatatamente preciso. Nessuna sorpresa, quindi, che il Villa Bucci fosse un vino avvolgente ma essenziale, assolutamente privo di orpelli, pura luce verticale. Qual era la vera natura del Verdicchio? Minimalista. Non vi era alcun dubbio. Una lama giapponese di una eleganza disarmante.

Finché.     

Le mie certezze svanirono pochi mesi più tardi, quando Natalino mi versò nel bicchiere quello che allora si chiamava Vigneto delle Oche - poi diventato Campo delle Oche a causa della burocrazia che, com'è noto, non ha mai avuto un animo poetico...

Annata 2008. Indimenticabile. Un vino che andava nella direzione diametralmente opposta al Villa Bucci, scandagliando un lato nascosto di quella natura che mi era sembrata così chiara, univoca e leggibile. Un vino elegante, opulento, felicemente barocco. Ciò che mi colpì maggiormente fu il suo essere strabordante per natura, deliziosamente incontenibile, e totamente privo di arroganza. Come la risata di Natalino del resto. 

 Oratorio del Rosario di San Domenico, Palermo

Oratorio del Rosario di San Domenico, Palermo

Quell'anima barocca, la luce dorata intrappolata nel bicchiere e il genius loci - San Lorenzo - col tempo mi hanno fatto venire alla mente dove avevo già visto rappresentata quella sensazione di strabordante felicità. Ecco, per me il Verdicchio di Natalino è la versione liquida delle sculture di Giacomo Serpotta disseminate nei vari Oratori palermitani: donne di una bellezza stupefacente, vive e reali, e bimbi felici che giocano coi lenzuolini, dormono beati e si fanno un mucchio di dispetti. Se non li conoscete, andate a visitare L'Oratorio del Rosario di Santa Cita, San Domenico e San Lorenzo. Ne vale assolutamente la pena.

 Oratorio del Rosario di Santa Cita, Palermo

Oratorio del Rosario di Santa Cita, Palermo

Come spesso accade quando sono felice, domenica sera mi è venuto voglia di riassaggiarlo e così ho aperto una bottiglia di Campo delle Oche 2010. Meno strabordante del 2008, ma sempre di grande soddisfazione. Al naso una deliziosa pesca bianca che vira verso la pesca gialla cotta - quella che dalle mie parti si cuoce al forno con amaretti e cacao. A uno a uno emergono il frutto, il fiore e la nota erbacea: il profumo dell'albicocca secca e del cedro candito, la fragranza agrumata della zagara, la camomilla e il fiore di sambuco, e sullo sfondo l'arachide tostata, un aroma ricorrente nelle sue bottiglie, seppur non così spiccato come in altre annate. Ma il Verdicchio di Natalino, più che un profumo, è un sapore. E' un sapore pieno che ti riempie la bocca di frutta secca e tostata, di campi di grano, di calore e di luce, dolce, grasso e leggermente salato.

Ecco. Per me è di questo che sa la felicità.