Villaggio Vino 2015

Metti un lunedì di settembre in un paesone dell’Alto Piemonte, una di quelle Feste dell’Uva, come ce ne sono tante, sparse per l’Italia in questo periodo vendemmiale… Ecco. Solo che poi varchi i cancelli e, mentre ti avvicini ai banchi d’assaggio, a poco a poco ti rendi conto che lì, attorno a te, c’è una favolosa concentrazione di quei produttori che ami proprio perché amano ciò che fanno. E ovviamente non puoi fare a meno di stupirti, e di rallegrarti per la fortunata coincidenza, perché tu sei proprio lì in mezzo a loro, felice come se avessi vinto la lotteria.
Ecco, lunedì 7 settembre 2015, mentre mi guardavo attorno incredula, io mi sentivo proprio così. VillaggioVino: che pensiero stupendo… Sarà anche, come dice Giampi, che è un “luogo immaginario che solo a volte diventa reale”, ma a me è sembrato di partecipare a una sorta di “Christoph Künzli & Friends” o, per dirla cinematograficamente, a “Il meraviglioso mondo di Boca Le Piane”, ovvero la materializzazione sensoriale – simile a un flash mob – di una certa visione del mondo in un luogo decisamente fuori dai circuiti tradizionali del vino…

PART I. UN CURIOSO MENAGE A TROIS

Ma facciamo un passo indietro. Qualche ora prima, la mia giornata a Boca era iniziata in mezzo a una compagnia festosa con cui condividere il desco, con un abbinamento così entusiasmante da far gridare al miracolo: pecorino stagionato della zona di Cortona, fico d’India di Formia e Boca 2010. Nessuna meraviglia che l’abbinamento fosse così azzeccato, visto che proporlo era stato niente di meno che quell’hipster eracliteo prestato all’enogastronomia che risponde al nome di Gae Saccoccio, ma se lo sposalizio tra la sapidità del pecorino e la dolcezza del fico era forse immaginabile, la cosa davvero sorprendente era quanto il Boca chiudesse il cerchio con le sue note agrumate, piacevolmente amarognole, e con il suo solito nitore, e rigore, che ne contraddistinguono l’assaggio.
Sul tavolo, assieme a salumi e formaggi della Val d’Ossola, due magnum di annate diverse, 2010 e 2007. Il curioso ménage à trois tra pecorino, fico d’India e Boca funzionava alla perfezione con entrambe le annate. Due annate così diverse, eppure attraversate dallo stesso filo rosso - un filo che va dalla vigna del Cerri alla mano sapiente di Christoph. Bevute in sequenza, il Boca si declinava lungo quel filo teso tra le annate, via via ispessendosi, e da una trina di pizzo, elegantissima, lieve, seducente, si trasformava in un broccato di velluto, cupo, profondo, impenetrabile. Unica nota comune, la spezia.

Quello che ancora non sapevo era che la giornata si sarebbe conclusa con un abbinamento completamente folle, geniale, decisamente audace...

Per chi volesse tentare l’abbinamento qualche informazione:

1) a proposito di PECORINO: prodotto dall’Azienda Mameli di Farneta, vicino Foiano (proprio dove Stefano Amerighi ha sue vigne) ho potuto assaggiarne tre tipologie di affinamento, uno semistagionato in foglie di noce (buonissimo!!!), uno stagionato un po’ più a lungo, e uno, ancora più stagionato, con un accenno d’erborinatura naturale – come sostiene Gae, dove Elisa Mameli raggiunge il massimo della sua esperienza e di tradizione di donna sarda nel sangue (in Toscana, infatti, non amano particolarmente i formaggi troppo stagionati, così come invece avviene in Sardegna).

2) a proposito di FICHI D'INDIA: quelli assaggiati provenivano direttamente dall’orto del padre di Gae, ma credo che questo ostacolo non vi impedirà di ottenere gli stessi effetti sensoriali nonché lo stesso godimento. Un solo dettaglio: a differenza del fico color vinaccia, il fico arancione, molto più intenso, creava un’esplosione di sapore. Quindi meglio fichi più saporiti che delicati…

Quanto al BOCA, beh, sapete dove trovarlo, no?

 

Part II. AH, QUEL PROFUMO DI MELA COTOGNA...

A questo punto voi vi starete chiedendo: ma chi erano gli amici di Christoph chiamati a raccolta da Giampi un lunedì pomeriggio di settembre in quei di Borgomanero? E quali i vini e i prodotti portati in degustazione?

Ore 16, Piazza XXV aprile. Un cielo terso, azzurrissimo, una luce dorata, e una serie di vele bianche, disposte a mo’ di cornice intorno a uno spazio vuoto, pronto per essere riempito da un pubblico entusiasta. Come intorno a un’enorme tavola imbandita, al mio arrivo i produttori se ne stavano già ai loro posti di combattimento, armati di cavaturaccioli e di secchiello del ghiaccio, visto che la giornata si presentava un po’ più calda del previsto. Come è immaginabile, dopo essermi raccolta i capelli, ho iniziato dai bianchi. Che dire del Timorasso di Walter Massa o del Vermentino di Dettori, se non il mio amore incondizionato? Sono vini che conosco bene e che considero “casa”, quindi non vi sarà difficile comprendere come mai ho deciso di rivolgere le mie attenzioni a vini che frequento di meno o che non conosco affatto.

In primo luogo, ai Vermentini aggraziati di Ivan Giuliani, alias Terenzuola, Colli di Luni, annata 2014: il Vigne Basse, piacevolmente sapido e floreale, e il Fosso di Corsano, decisamente più avvolgente, grasso, minerale, rispetto al fratellino minore. E poi, in seconda battuta, a un Viognier di Tenimenti d’Alessandro che non assaggiavo da tempo (Bianco del Borgo 2014), uno di quei bianchi sapidi e minerali che invitano al sorso successivo con una facilità sorprendente, e a due Franciacorta per me inediti: un Brut lineare, verticale, con uno stile minimalista molto interessante, e un millesimato 2010, dosaggio zero come piace a me, maturo, rotondo, secchissimo. In breve, due vini molto convincenti dell’Azienda Corte Fusia.

Visto che le temperature non accennavano a diminuire, mi è sembrato sensato continuare con delle bollicine: e che bollicine! Meravigliosamente eversive e spiazzanti! I Lambruschi di Sorbara di Gianfranco Paltrinieri sono vini di rara eleganza, caratterizzati da un grande rigore attraversato da un lampo di follia (come solo ciò che è antico può sembrare), e Gianfranco è uno di quelli che, presi dalla passione, apre e stappa come se rilanciasse sul tavolo da poker poste sempre più alte: apre con il Radice 2014 (di un bel rosa antico, al naso tutta cipria, mela cotogna, ananas e pesca essiccata con un finissimo finale di mandorla, mentre in bocca è secco, fresco, sapido, e così morbido che ti fa venir voglia di morderla davvero quella mela cotogna), poi rilancia con l’Eclissi Riserva 2013 (un vino decisamente più importante, con un perlage più sicuro di sé dovuto alle 4 atmosfere di pressione, giocato su una profondità diversa, giusto per vedere-l’effetto-che-fa) e infine ti riaggancia all’amo con il Radice 2013 versione Magnum, un vino con l’amplificatore dentro, al naso buccia di pompelmo, mentre in bocca è tutto un sentore di iris e di fiori appassiti. Quest’ultimo solleva un pensiero che è in fondo un desiderio: con quella nota amarognola che ti induce a riassaggiarlo a oltranza, non sta forse chiamando a sé un carpaccio di tonno di tonnara? Sarà che ero da poco tornata dalla Sicilia, che oramai pervade i miei desideri più reconditi, ma a me è parso proprio che le due nature primordiali si stessero parlando da lontano…

 

Part III. GRAND FINALE!

Mentre si compiva l’incontro fatale (e virtuale) tra quel Lambrusco e un carpaccio di tonno di tonnara, ed io mi abbandonavo a una copiosa e compiaciuta salivazione, di colpo qualcosa mi ha ridestata, facendomi riemergere da quel sogno a occhi aperti con una certezza: le temperature stavano finalmente calando.

E i rossi? vi starete chiedendo, ormai sfiniti dall’attesa… Appunto. E i rossi? mi sono detta, rendendomi conto che il tempo a mia disposizione era agli sgoccioli come il vino nel mio bicchiere.
Solo quelli mancavano all’appello: da un lato, un’ampia rappresentanza di Nebbioli dell’Alto Piemonte (a parte i Boca di Le Piane, i Ghemme di Cantalupo, i Fara di Castaldi, i Gattinara di Travaglini, i Lessona di Proprietà Sperino, i Bramaterra di Antoniotti, i Nebbioli della Val d’Ossola di Garrone, e i Carema di Ferrando) accompagnati dai più blasonati Nebbioli delle Langhe (Barolo e Barbaresco di Poderi Colla), dall’altro, alcuni rossi toscani (il Carmignano di Terre a Mano, i Chianti di Isole e Olena e di Podere Palazzino, e il Syrah di Tenimenti d’Alessandro).
Last but not the least, il meraviglioso Tenores di Dettori.

Nomi affermatissimi, come si può vedere, e vini strafamosi, di cui oggi non vi parlerò: so di aver abusato della vostra pazienza e sento che è quasi venuto il momento di rilasciare gli ostaggi, quindi devo essere breve... Sapete che cosa farò? Chiuderò gli occhi e vi racconterò i primi tre che mi vengono in mente.

Carema Etichetta Bianca di Ferrando: un vino davvero notevole, molto equilibrato, e piacevolissimo, dove le famose note terrose del Carema, sempre presenti ma qui più sfumate, risultano molto bene integrate con il frutto e la spezia. Figlio di un’annata in cui l’Etichetta Nera non è stata prodotta: tutto ciò che c’è di buono a Carema è finito lì dentro, e si sente.

Prünent 2012, accompagnato nel bicchiere dal giovane produttore della Val d’Ossola Matteo Garrone. Un Nebbiolo in purezza, al naso un sottobosco di ribes nero e more, pepe nero e tamarindo, in bocca una promessa mantenuta: tannini avvolti nel velluto di una composta di frutti di bosco, speziata e agrumata, come solo i Nebbioli dell’Alto Piemonte sanno essere. Un nome da ricordare.

E una Slarina, vitigno autoctono piemontese di cui ho sentito parlare per la prima volta, nove mesi orsono, da Fabrizio Iuli, e prodotta dal monferrino Gianmaria Vergano: un vino divertente, rotondo e carnoso come un Merlot, ma con una nota pop simile alla Barbera, fresco e al tempo stesso morbido! Un vitigno da tenere d’occhio nelle sue evoluzioni future.

Sono stata sufficientemente sintetica? Spero di sì! E magari qualche curiosità l’ho anche suscitata…

Bene. Era “già l’ora che volge al disio ai naviganti” – ed io mi apprestavo a salutare gli amici e ad avviarmi verso la macchina, quando Gae mi ha deviata dalla meta, trascinandomi verso un banco d’assaggio molto speciale. Niente vino questa volta: al banco di Audere La Cioccolata solo cioccolato in tutte le sue forme più audaci.
Dopo averci introdotto alla filosofia aziendale e alle varie tipologie di tavolette prodotte (invito tutti a dare un’occhiata al sito molto stiloso, in cui tavolette e creme spalmabili richiamano altri mondi, editoria e cosmesi…), Diego Segnini ci ha proposto un abbinamento a dir poco sconcertante: formaggio di capra, irrorato di cioccolato fondente e cosparso di polvere di cipolla bionda di Cureggio e Fontaneto! Altro che pecorino, fichi d’India e Boca!

Lungi dall’essere curioso e rassicurante, qui il ménage a trois rasentava la perversione, folle e al tempo stesso geniale, con la nota acidula e leggermente salata del caprino stretto in un abbraccio alla nota piacevolmente amara del cioccolato fuso, su cui la dolcezza aromatica della polvere di cipolla bionda provocava nell’immediato una sorta di cortocircuito gustativo, e subito dopo uno stato di rara felicità che crea immediata dipendenza.

Che finale col botto! Dopo questa esperienza estrema, potevo andarmene senza rimpianti, completamente appagata. I ristoratori si apprestavano a cucinare per la gente accalcata davanti all’entrata. La gente era in buone mani. La festa era assicurata. Sarebbe stato un successo.