L'illusione perfetta - Sterpi 2011

Sebbene siano in molti a produrlo in modo egregio, e sebbene lo stesso Walter Massa abbia creato altri due acclamatissimi cru (Costa del Vento e Montecitorio), per me il Timorasso è (e rimarrà sempre) Sterpi.

Delle tre versioni, Sterpi mi è sempre sembrato il Timorasso più estremo, più spinto, più misterioso. Non è un vino scontroso, ma nemmeno gentile. È un vino che scatena passioni, ma non è passionale. È un vino che si fa notare, aprendo le braccia ed esclamando "ehi, guardami, io sono qua!", ma in realtà è imperscrutabile e ombroso.

Come certi cavalli, non sai mai cosa gli passi davvero per la testa.

Non fraintendetemi, non è affatto un vino contraddittorio. Al contrario. è un vino di una coerenza disarmante. È come se forma e sostanza non parlassero la stessa lingua, ma in qualche modo si intendessero a meraviglia, rispondendo alla stessa logica sottesa. Tutto sta a capire quale.

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Come ci riesce? Volete che condivida con voi la mia ipotesi dopo anni di elucubrazioni? Se siete arrivati fin qui, probabilmente sì. Bene.

Sterpi è un vino tremendamente misurato che sta contemporaneamente con il piede premuto al massimo sull’acceleratore.

È proprio questa apparente schizofrenia a creare quello che Walter definisce abitualmente “tutto un equilibrio sopra la follia”, citando il suo personale enologo, Vasco Rossi.  

A bicchiere fermo si leva un aroma agrumato, fresco ma dolce, tra la zagara e il frangipane, poi un misto di vernice e di sentori idrocarburici, una nota vagamente balsamica e, sullo sfondo, biscotto inzuppato in un piemontesissimo zabaione al moscato.

A poco a poco, però, lo scenario cambia: la nota floreale dolce cede il passo alla foglia di eucalipto, la zagara al cedro fresco, al bergamotto e alla foglia del tè, la vernice si stempera in cipria leggera, erbe aromatiche incedono mentre gli idrocarburi indietreggiano sullo sfondo, rendendo il piacevole aroma di pasticceria più che mai interessante.

Lì c’è già tutto: freschezza, mineralità, balsamicità e dolcezza. Un equilibrio pressoché perfetto. Che altro potrebbe servire? Walter ci ha messo dentro tutti gli ingredienti necessari. Come le note di una canzone. Come le parole di una poesia. Non una di più, non una di meno. Ed è per questo che, se rotei il bicchiere, i profumi non cambiano, ma si gonfiano ed esplodono nelle narici come un una musica rock sparata a tutto volume attraverso un amplificatore.

Anche in bocca Sterpi asseconda tutti e quattro i punti cardinali: è caldo, secco, fresco e salato, con un finale diabolicamente dolce. Chi mai se la potrebbe aspettare una zampata sulfurea che stringe nell'abbraccio un’albicocca secca?

Sembra tutto molto casuale, ma perdere l'orientamento è impossibile. Tutto è molto ben definito. È un giro del mondo in 80 secondi, Sicilia-Tahiti e ritorno, anche se in realtà il vino non si è mai mosso da quel Piemonte che Piemonte non è. Qual è l'architettura perfetta che sostiene questa visione? Da dove proviene un equilibrio così profondo?

Io, una mia risposta, me la sono data.

 P. Gaugin, Fanciulle tahitiane con fiori di mango (1899)

P. Gaugin, Fanciulle tahitiane con fiori di mango (1899)

Immaginate una figura geometrica, una piramide sensoriale del corredo olfattivo, con quattro facce, una base e un vertice e, su ciascuna faccia, un ingrediente alchemico sapientemente scelto e dosato: la freschezza dell’agrume, il ventaglio minerale, la balsamicità dell’eucalipto e la nota floreale del frangipane, poggiate, alla base, sulla dolcezza estrema della crema pasticcera e tenute assieme, al vertice, dal fragile equilibrio di una costruzione immaginifica degna di Borges.

Come s'è detto, al di sopra aleggia una lucida follia. Cos'altro potrebbe? Ma d'altronde, senza l'ingrediente segreto della follia, la piramide crollerebbe miseramente su se stessa.

In questa visione c’è un tocco di Sicilia (a cui, credo, tutti i grandi interpreti di vini bianchi rivolgono prima o poi lo sguardo), una suggestione esotica che ci porta lontano come una storia di Salgari, e una mano sapiente che mescola i colori con grande maestria.   

Anche in bocca il gioco è lo stesso, solo declinato altrimenti: la dolcezza dell’alcol sommata a quella dei polialcoli compensa ampiamente la sinergia creata dalla freschezza, dall’assenza di zuccheri e dalla presenza dei sali minerali, solo che qui, al vertice, l’equilibrio è tenuto assieme da uno sbuffo di vapore esalato dall’Etna, piacevolmente avvinghiato, all'interno della nostra gola, a una genovese ericina.

Ovviamente poi si dirà che è il terroir di Monleale alta a creare tutto questo. I suoli del Tortoniano non sono estranei alla faccenda, né tanto meno il corredo genetico del Timorasso, né ancor meno l’annata 2011.

Vero. Anzi, verissimo. Eppure.

Eppure io me lo immagino, Walter, intento a sfidare le leggi del caso per creare l’illusione perfetta di un vino che sta appeso a un filo sul baratro, senza sforzo, senza paura, senza incertezza, con la temerarietà di un funambolo sospeso nel vuoto.        

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