I vini di "La Barbera è femmina!"

Se ripenso oggi, a più di due anni di distanza, a quelle sei bottiglie e all'enorme privilegio che la vita mi ha concesso, ancora mi emoziono. Fu come scattare una fotografia, immortalando un istante unico e irripetibile - perché il vino, come le persone, cambia, evolve, invecchia.

Quei vini non saranno mai più gli stessi. Esattamente come noi, quando ci riguardiamo in qualche istantanea scattata chissà quando o negli occhi di qualcuno che non ci vede da tempo. Mi sono chiesta per lungo tempo quali pagine fossero in grado di dare un'idea sulla natura del mio libro. Ora sono finalmente giunta a una conclusione: che, dopo avervi mostrato le vigne così come le ho viste io con i miei occhi (Le vigne di "La Barbera è femmina!"), l'unica cosa davvero sensata fosse mostravi le Barbere degustate, così come io le ho percepite coi miei sensi e con la mia immaginazione.

Buona lettura.    

BARABBA 2004 - IULI

Solo al colore pareva impossibile che quel vino avesse già undici anni. Ma doveva essere lei: un’unghia color lampone che colpisce per la brillantezza, e una materia densa, ricca, che più che invitare al sorso, fan venir voglia di mordere e masticare. Al naso una nota fresca che sa di menta, che di colpo sparisce e fa posto a note più evolute – tabacco, e bacche mature di sambuco – note comunque più cupe rispetto a quell’unghia color lampone. In bocca è un vino fresco, verticale, che chiama disperatamente il cibo, come è giusto che sia, visto che Fabrizio ama mangiare. Il suo vino impossibile sa di pane imbevuto nel mosto, e di amarena croccante. Sa delle erbe aromatiche che circondano le sue vigne. Sa di una nota indefinibile tra il minerale e il fiorito, che ricorda la rosa fresca e, al tempo stesso, la cipria.
È ancora un bambino, aveva detto. Ma la sua Barbera è femmina. Una ragazza di sedici anni con la pelle di pesca e le fossette. O forse, una strega di ottant’anni che si abbevera ogni notte alla fonte dell’eterna giovinezza.

 Claire Danes (da Romeo + Juliet, 1996)

Claire Danes (da Romeo + Juliet, 1996)

BRICCO BATTISTA 2004 - ACCORNERO

A me era capitata la bottiglia numero 225. Le annate che io conoscevo erano viscerali, sanguigne, un po’ nervose. Ma quello era un vino diverso. Nessun accenno di tensione, o di giovialità. Quello era il vino della perdita. Tutto quel senso di smarrimento, e di solitudine improvvisa, doveva esserci colato dentro simile a resina viscosa, rendendolo un balsamo curativo per l’anima.
Un inchiostro scurissimo, lacrime dense che scendono lungo le pareti del bicchiere. Al naso note cupe che saturano le narici – composta di prugne, pepe nero, china e capperi sotto sale – e arrivano fino in gola, lasciando un retrogusto amaro. Perché la vita è amara. In bocca, però, l’equilibrio è sorprendente. Morbido come un velluto nero, l’inchiostro satura la bocca, lasciando dietro di sé una nota di sambuco, e cioccolato, e spezie più dolci, quasi consolatorie.
La Barbera di Ermanno è una donna di mezza età. Una Anna Magnani segnata in volto da una vita intensa. Morbida come il velluto nero, dall’abbraccio accogliente e i gesti lenti. Starle vicino blandisce il cuore. Lo riscalda. Lo consola.

 Anna Magnani (da: La rosa tatuata, 1955)

Anna Magnani (da: La rosa tatuata, 1955)

BIGOLLA 2004 - VIGNETI MASSA

Non sapevo se Walter amasse stupire, ma le sue Barbere ci riuscivano sempre. Un altro inchiostro scurissimo che tradiva le sue intenzioni seduttive e sanguigne. Al naso le sue Barbere sono strabordanti, eccessive, capaci di trasformare l’incontro in un evento indimenticabile: note minerali si susseguono a una punta di vernice mista a pellame, trasformandosi via via in frutta surmatura – arancia e fico – lasciando il passo a un peperone invadente, sott’olio, che con un doppio salto carpiato si riconverte in una rassicurante composta di more, ricca, profonda, in fungo secco, e infine nella più sontuosa delle crème brûlée.
In bocca è avvolgente, un canto di sirena che ti richiama indietro a ogni sorso senza poterle resistere, lasciandoti un sentore di scorza d’arancia candita in bocca.
La sua Barbera è una regina, s’era già detto. Una Cleopatra che ama sorprendere, facendosi recapitare all’amante avvolta in un tappeto. Così barocca, così estrema, così fuori controllo.

 Elizabeth Taylor (da Cleopatra, 1963)

Elizabeth Taylor (da Cleopatra, 1963)

BIONZO 2004 - LA SPINETTA

La Barbera di Giorgio gli somigliava tantissimo. Un misto di visceralità ed equilibrio, di amore per l’eccesso e di ferreo controllo. La riconobbi al primo sguardo. Un granato cupo che libera una nota animale, mista a pepe nero e ciliegia sotto spirito. Poi, come uno schiaffo, quel peperone verde tagliato di fresco, e quell’unghia di vernice mista a violetta. In bocca è ricco, pieno, con un tannino ancora pimpante, e l’acidità in perfetto equilibrio con l’alcool. Ma è al naso che vuole stupire, quando tornando sopra il bicchiere ti investe con una nota scura che ricorda il prezzemolo sott’olio, mista a un sentore agrumato, e amaro, a metà tra il tamarindo e il mandarino cinese.
La sua è una Barbera strabordante – come quelle di Walter, solo più classica. Più controllata, ma anche più prevedibile. C’è una nota maschile in lei. Un che di statuario e imponente che mi ricorda Gilda, con le sue curve mozzafiato e la meravigliosa chioma rossa.

 Rita Hayworth (da Gilda, 1946)

Rita Hayworth (da Gilda, 1946)

ALFIERA 2004 - MARCHESI ALFIERI

Il primo amore. La più difficile da giudicare. Colei che ho avuto modo di conoscere fin dalla culla – sul tralcio sotto forma di grappolo, nel tino sotto forma di mosto ribollente, nel tonneau a perdere spigoli e asperità, nella barrique ad evolvere, in bottiglia. Dalla vigna alla bottiglia, io c’ero stata lungo tutto il percorso.
Per me, prima di tutto, l’Alfiera era stata l’oggetto di una prova iniziatica: il mosto color lampone che un giorno Mario aveva versato dentro tre coppe, chiedendomi di indovinare dove si celasse la vera grandezza. Sapete come funziona nelle fiabe – alle eroine capita di dover sciogliere enigmi per potersi salvare.
(...) Ora, a dieci anni di distanza, di quell’annata mi rimaneva più che altro un colore: quella sfumatura ciclamino nell’unghia, inedita e, forse, irripetibile. Ma quel ricordo color ciclamino era svanito da tempo.
Tra le cinque Barbere, l’Alfiera fu quella che mi diede maggior filo da torcere. Tentai di riconoscerla, ma niente da fare.
Al naso una composta di ribes mista a una nota burrosa, erbe aromatiche secche e, sullo sfondo, una nota citrina ma dolce – olio essenziale di cedro. Poi, di colpo, un rapido cambio di rotta, ed ecco la scorza d’anguria. Spiazzante. (...)
Non poteva essere il vino che conoscevo così bene. In bocca era fresco, ricco, molto più verticale del precedente. Non conosco questo vino, mi dicevo. Stavo sbagliando tutto?
Mi riaccostai. Al naso era di nuovo mutato: quella Barbera si era incupita. Fiore di sambuco. Foglia di pomodoro. Oliva taggiasca in salamoia. Ero sempre più confusa. Non poteva essere lei.
“Guarda che è lei…” disse Alberto, vedendomi in difficoltà.
Era un vino austero, composto, elegantissimo, d’accordo, ma dov’erano finite le note di china e grafite, di erbe balsamiche e menta? Dove erano finite le spezie e il cioccolato? (...)
Alberto ebbe il colpo di genio: mi mise in bocca un pezzetto di robiola di Roccaverano e tutto fu chiaro. La Barbera, a contatto con il formaggio di capra, si tolse maschera e mantello, in un’esplosione di sapore.
La Barbera di Mario era così Traviata! Dolce. Speziata. Un graffione di cioccolato fondente con la ciliegia dentro. E, al tempo stesso, così austera, e cupa, nel profondo.
La sua vera natura.

(Da "La Barbera è femmina!", pp. 222-225)

 Maria Callas, ritratto (Ph. credits: Jerry Tiffany, 1958)

Maria Callas, ritratto (Ph. credits: Jerry Tiffany, 1958)

MARUN 1998

Un granato fitto nel bicchiere – quello sì atteso – e una compostezza che la distingueva in modo assoluto dalla strabordante sensualità della Bigolla. Niente curve morbide. Niente trucco pesante. Solo pura seduzione, fatta di sguardi e di silenzi. A ogni giro nel bicchiere, dopo un veloce cambio d’abito, Marùn indossava con disinvoltura un nuovo profumo, nitido e sempre diverso. Viola appassita. Pesca al forno. Mora matura di fine agosto che esplode di dolcezza. Pepe nero. Tabacco. Fava di cacao. Fugace nota balsamica. Peperone giallo. La dea che si spoglia dei veli e rimane nuda, nella propria compostezza. Ecco lo spettro che Marùn aveva da offrire: un numero finito di infinita persistenza. In bocca, ritrovai lo stesso rigore. Non era un vino che voleva sorprendere. Era un vino di raro nitore, pervaso di sobria eleganza. Caldo. Fresco. Sapido. Morbidissimo. Di una lunghezza e di un equilibrio impressionanti.

La Barbera che aveva immaginato Matteo ricordava una Jeanne Moreau in bianco e nero. Una di quelle bellezze disarmanti, non più giovanissime, con cui il Tempo era stato estremamente clemente.

(Da "La Barbera è femmina!", p. 150)

 Jeanne Moreau, ritratto (Ph. credits: Dan Budnick, 1962)

Jeanne Moreau, ritratto (Ph. credits: Dan Budnick, 1962)