Chi non ha visto "Mondovino" alzi la mano

Sono trascorsi ormai dodici anni da quando Jonathan Nossiter presentò a Cannes il docufilm “Mondovino”, pietra miliare nel racconto dello scontro frontale tra globalizzazione e industria, da un lato, e piccoli produttori, dall’altro, e solo due anni dalla realizzazione di “Resistenza Naturale”, sequel tutto incentrato sull’Italia come laboratorio di idee e di progettualità unico al mondo. A compimento di questo lungo percorso di ricerca e osservazione durato più di un decennio, a fine giugno uscirà “Insurrezione culturale”, il nuovo libro di Nossiter scritto assieme a Olivier Beuvelet e pubblicato da DeriveApprodi.

Sul quarto di copertina in anteprima si legge: “Crediamo che il movimento del vino naturale, per come si è andato evolvendo nel mondo intero degli ultimi dieci anni, come una contro-globalizzazione riuscita, suggerisca soluzioni concrete, in una situazione disperante, sia a coloro che fanno cultura sia a coloro che ancora hanno voglia di goderne come un gesto di vita e non come un atto di consumo.”

Da quando il movimento del vino naturale mosse i suoi primi passi, lo scenario è cambiato al di là delle più rosee previsioni. Ma per chi non conoscesse ancora questa storia o non la ricordasse più nei dettagli, in attesa dell’uscita del libro (di cui troverete qui a breve la recensione) ho deciso di tornare a “Mondovino”, proponendo una sorta di ripasso delle puntate precedenti.

Il film si apre con l’immagine di una piantagione di cocchi, in Brasile, e una domanda in apparenza banale: si può fare il vino coi cocchi? La risposta è ovviamente no, ma resta da chiedersi perché mai un film sul vino inizi in un paese tropicale dove la vite non viene coltivata – o almeno non dovrebbe esserlo. Tutto ha una ragion d’essere.

Dopo aver fatto fare allo spettatore il giro del mondo enologico (Pirenei, Sardegna, Bordeaux, Languedoc, Napa Valley, Borgogna e Bolgheri), Nossiter lo riporta (passando per Londra, mercato mondiale apparentemente fuori dai giochi) al punto di partenza, in Brasile, in una vigna che fa due raccolti l’anno, e poi in Argentina, dove il più importante enologo del mondo (Michel Rolland) produce un vino che ha ricevuto un punteggio altissimo dal più importante critico del mondo (Robert Parker).

Niente accade per caso, sembra suggerire il regista.

 Michel Rolland

Michel Rolland

Michel Rolland, guru dell’enologia mondiale, ha fondato la sua fortuna professionale su due grandi assiomi. Primo, i grandi vini si possono fare dappertutto. Secondo, senza arte e senza cultura è praticamente impossibile fare grandi vini. Non c’è terroir che tenga. Non c’è né storia né tradizione. È solo la mano dell’uomo a fare la differenza. La sua, preferibilmente. Una mano da stregone (o da grandissimo illusionista) che ordina la microssigenazione come panacea di tutti i mali.

Strano che a parlare così sia un francese, e non un americano. Rolland lo dice chiaramente: i vini che ti fanno sognare sono quelli che trascendono il tempo, quelli che portano con sé la giovinezza, non rughe e morte. Paradossalmente, però, allo stesso modo in cui i ritocchi plastici inducono un invecchiamento precoce in un volto, anche i ritocchi al vino lo fanno degradare velocemente.

 Alix de Montille

Alix de Montille

Come afferma laconicamente Alix, la figlia di Hubert de Montille (produttore borgognone di Volnay),

“il vino cattivo lo riconosci subito, ma ci sono dei vini che ingannano. Sono vini che vanno giù facilmente ma poi, all’improvviso, ti mollano. Non senti più niente. Sono dei vini traditori. Il mondo moderno, visto che non c’è più tempo per niente, è abituato a farsi ingannare.”

Alle parole che inneggiano al vino globalizzato (da Rolland alla famiglia Mondavi, che sogna un vino che proviene da Marte, a tutti gli altri clienti di Rolland che obbediscono senza farsi domande) fanno da controcanto le voci di piccoli produttori che resistono all’onda d’urto. Lo spiega bene Neal Rosenthal, importatore newyorkese:

C’è una battaglia tra chi resiste e chi collabora.” Da un lato, i produttori stremati dalla fatica, “perché la vigna porta rogne, anche ai poveri, non solo ai ricchi”, dall’altro, i produttori attratti dai punteggi alti e dai facili guadagni che ne derivano.

 N. Rosenthal

N. Rosenthal

Chi resiste usa un certo lessico ed esprime certi valori.

“Dietro alla coltivazione della vigna c’è la salvaguardia del passato, del terroir, dell’ambiente, di noi stessi”, dice il piccolo produttore sardo di Malvasia di Bosa.

 Battista e Lina Columbu con J. Nossiter durante le riprese

Battista e Lina Columbu con J. Nossiter durante le riprese

“Un buon vino ha bisogno di amore, umiltà, un legame con la spiritualità, terra, tempo, clima. Ci vuole un poeta per fare un grande vino”, afferma il vignaiolo della Languedoc.

 Aimé Guibert

Aimé Guibert

E quello della Borgogna ribadisce:

Dove c’è vigna, c’è civiltà. Non ci sono barbarie (…) A me piacciono i vini che si degustano lentamente”.

 Hubert de Montille

Hubert de Montille

Persino il Marchese Lodovico Antinori ammette di preferire per sé i vini invecchiati vent’anni (un po’ come quando l’AD della McDonald’s Italia confessa allo stesso Petrini che per sé e la sua famiglia sceglie solo cibi indicati da Slow Food, come racconta lo stesso Petrini in una puntata de Le Invasioni Barbariche).

In fondo non c’è nulla di cui stupirsi: cibo e vino sono due mondi che presentano moltissimi punti di contatto. Non a caso, nello stesso anno di Mondovino, esce anche Super Size Me, film documentario diretto da Morgan Spurlock, dove viene esplorato il modo in cui l'industria dei fast food incoraggi un’alimentazione povera e nociva per la salute dell’uomo per incrementare il proprio profitto.

Sono due paradigmi inconciliabili quelli espressi da Rolland, da Robert Parker e dai Mondavi, da un lato, e dai piccoli produttori, dall’altro. O pensi che il terroir sia tutto. O pensi che i grandi vini si possano fare ovunque. Anche in Brasile. Persino su Marte.

 Robert Mondavi e figlio

Robert Mondavi e figlio

Nel 2004 quella di Nossiter era una visione già netta e definitiva, che non si prestava a interpretazioni. Perché, metaforicamente parlando, il vino "prodotto su Marte" era già arrivato qui sulla Terra e aveva già conquistato il mercato. Per questo motivo difendersi strenuamente sembrava già doveroso allora. Il film, nel suo insieme, è un elogio della lentezza di un mondo contadino che aspettava il comparire all'orizzonte di una Invincible Armada e, nel frattempo, resisteva, sperando nell’insorgere di una qualche tempesta imprevista che avrebbe cambiato un finale che sembrava già scritto.

Quello che è accaduto in seguito, piaccia o no, è sotto gli occhi di tutti. La tempesta è arrivata: l’attenzione dei media si è inaspettatamente concentrata su un certo modo di fare vino, richiamando l’attenzione del pubblico sul mondo del biologico, biodinamico e naturale, e il numero dei produttori che lavorano in modo naturale (pur rimanendo l'1% della produzione mondiale) è comunque decuplicato.

Non ci resta che attendere l’uscita del libro.